sabato 23 novembre 2013

Libri #2 : Il Cavaliere d'Inverno



Ciao a tutti!
Eccomi qui a proporvi un altro libro anzi una trilogia di cui mi sono innamorata, si può dire la mia preferita :3



Titolo: Il cavaliere d'inverno
Autore: Paullina Simons
Genere: Romanzo
Trama: Leningrato, 1941. In una tranquilla sera d'estate Tatiana e Dasha, sorelle ma soprattutto grandi amiche, si stanno confidando i segreti del cuore, quando alla radio il generale Motolov annuncia che la Germania ha invaso la Russia.
Uscita per fare scorta di cibo, Tatiana incontra Alexander, un giovane ufficiale dell'Armata Rossa che parla russo con un lieve accento. Tra loro scatta subito un'attrazione reciproca e irresistibile. Ma è un amore impossibile, che potrebbe distruggerli entrambi. Mentre un implacabile inverno e l'assedio nazista stringono la città in una morsa, riducendola allo stremo, Tatiana e Alexander trarranno la forza per affrontare mille avversità e sacrifici proprio dal legame segreto che li unisce.

Ok, parto col dire che questa trilogia mi è entrata nel cuore, sopratutto il primo libro, sono 700 pagine che non si sentono neanche, le leggi come niente.
Periodo storico con la guerra che rende il tutto più straziante, i due non si possono vedere anche se c'è attrazione, insomma un amore impossibile, ma non è solo questo, c'è altro descrive come le persone sono costrette a vivere durante i bombardamenti e con carenza di cibo, ti fa vivere le sensazioni, fa rivivere come hanno vissuto le persone durante quel periodo.
Quando ho letto questo libro la prima volta ero tutt'uno con lui, ti ci ritrovi dentro e vorresti che non finisse mai, ho sentito come un vuoto una volta terminati i tre libri.
No, lo consiglio veramente se volete il pdf sarei più che felice di passarvelo :)


Vi lascio con il primo capitolo come anticipazione se dovesse interessarvi:

La luce del mattino entrò dalla finestra e inondò l’intera stanza.
Tatiana Metanova dormiva il sonno dell’innocenza, della gioia irrequieta, delle
calde notti bianche di Leningrado, del giugno profumato di gelsomino. Ebbra di vita,
dormiva il sonno dell’intrepida giovinezza.
Non durò a lungo.
Quando i raggi del sole attraversarono la stanza fino ad arrivare ai piedi del letto,
Tatiana si tirò le lenzuola sulla testa nel tentativo di tenere lontano il giorno
incombente. La porta si aprì e il pavimento scricchiolò. Era Dasha, la sorella
maggiore.
Dasha, Dasha, Dashenka, Dashka.
La persona a cui Tatiana voleva più bene al mondo.
Ma in quel momento avrebbe voluto strangolarla. Dasha aveva deciso di svegliarla,
e purtroppo riuscì nel suo intento. La scosse con le sue mani energiche e sibilò: “Psst!
Tania! Svegliati. Svegliati!”
Tatiana grugnì e la sorella sollevò il lenzuolo.
I sette anni di differenza tra loro non erano mai stati più evidenti come in quel
momento in cui Tatiana voleva dormire, e Dasha, invece...
“Smettila”, borbottò, cercando di coprirsi di nuovo. “Non vedi che sto dormendo?
Chi sei tu? Mia madre?”
La porta si aprì. Il pavimento scricchiolò ancora. Stavolta era davvero sua madre.
“Tania, sei sveglia? Alzati immediatamente.”
Non si poteva certo dire che avesse una voce melodiosa. Trina Metanova mancava
di ogni dolcezza. Era piccola, energica, irascibile. Probabilmente aveva appena finito
di lavare il bagno comune, inginocchiata a terra con il grembiule blu, e aveva ancora
il fazzoletto in testa. La domenica la distruggeva.
“Cosa c’è, mamma?” chiese Tatiana, senza sollevare la testa dal cuscino. I capelli
di Dasha, che si stava chinando per darle un bacio, le sfiorarono la schiena. Quel
momento di tenerezza fu interrotto dalla voce stridula della madre.
“Alzati subito. Tra poco la radio darà un annuncio importante.”
“Dove sei stata, stanotte? Sei tornata molto più tardi dell’alba”, sussurrò Tatiana.
“Cosa ci posso fare se il sole sorge a mezzanotte? Sono tornata a quell’ora, e mi
sembra più che rispettabile.” Sorrise.
“Dormivate già tutti.”
“L’alba è alle tre, e a quell’ora tu non eri ancora a casa.”
“Dirò a papà che, quando hanno alzato i ponti, sono stata sorpresa dall’altro lato
del fiume.”
“Sì, brava. Spiegagli cosa stavi facendo sull’altra riva del fiume alle tre del
mattino.” Tatiana si voltò a guardarla. Quella mattina l’aspetto di Dasha la colpì in
modo particolare: i capelli neri erano spettinati e grandi occhi scuri, che spiccavano
su quel bel viso, mutavano continuamente espressione. In quel momento esprimevano
una sorta di allegra esasperazione. Anche Tatiana era esasperata, ma era tutt’altro che
allegra. Voleva solo continuare a dormire.
Lesse l’inquietudine sul volto della madre intenta a togliere le coperte dal divano.
“Quale annuncio?” ripeté.
“Tra pochi minuti il governo trasmetterà un comunicato. È tutto quello che so”,
rispose la madre rassegnata.
Suo malgrado Tatiana era ormai del tutto sveglia. Un comunicato. Accadeva di
rado che la musica venisse interrotta da un annuncio del governo.
“Forse abbiamo invaso di nuovo la Finlandia.” Si strofinò gli occhi.
“Zitta”, l’ammonì sua madre.
“O forse sono loro che hanno invaso noi. Rivogliono indietro i confini che hanno
perduto l’anno scorso.”
“Non siamo degli invasori”, intervenne Dasha. “L’anno scorso siamo andati a
riprendere i nostri confini. Quelli che avevamo perduto nella Grande Guerra. E
dovresti smetterla di ascoltare le conversazioni degli adulti.”
“Non abbiamo perso i nostri confini”, ribadì Tatiana. “Il compagno Lenin li aveva
ceduti di sua spontanea volontà.”
“Tania, non siamo in guerra con la Finlandia. Esci dal letto.” Lei si mosse. “E la
Latvia, allora? La Lituania? La Bielorussia? Non è forse vero che ci siamo
impadroniti di quelle terre dopo il patto dell’anno scorso tra Hitler e Stalin?”
“Tatiana Georgievna, smettila!” Quando voleva farle capire che non era in vena di
scherzare sua madre la chiamava col nome di battesimo seguito dal patronimico.
Tatiana assunse un’aria seria. “Cos’altro resta? Abbiamo già metà della Polonia.”
“Ho detto basta! Ne ho abbastanza dei tuoi giochetti. Giù dal letto. Dasha
Georgievna, tira fuori tua sorella dal letto!” Dasha non si mosse.
La madre uscì dalla stanza brontolando.
Dasha si voltò di scatto verso la sorella e sussurrò in tono cospiratorio: “Devo dirti
una cosa”.
“Bella o brutta?” Dasha non le parlava quasi mai della sua vita da adulta.
“Una cosa straordinaria. Mi sono innamorata!”
Tatiana si lasciò cadere indietro sul letto levando gli occhi al cielo.
“Smettila!”, esclamò la sorella, saltandole addosso. “È una cosa seria.”
“Sì, d’accordo. L’hai conosciuto ieri quando hanno alzato i ponti?”
“Ieri è stata la terza volta.”
Tatiana scosse la testa. La gioia di Dasha era contagiosa.
“Vuoi lasciarmi stare?”
“No, non posso lasciarti stare.” Cominciò a farle il solletico.
“Non finché non mi dici che sei felice per me.”
“Perché dovrei dirlo?” obiettò Tatiana con un sorriso. “Non sono felice. Smettila!
Perché dovrei essere felice? Io non sono innamorata. Adesso piantala.”
La madre tornò in camera con un vassoio con sei tazze e un samovar d’argento.
“Smettetela subito, voi due. Mi avete sentita?”
“Sì, mamma”, disse Dasha, che continuava a fare il solletico alla sorella.
“Ahi!” gridò Tatiana. “Mamma, ho paura che mi abbia rotto le costole.”
“Fra poco vi romperò qualcos’altro io. Siete tutte e due troppo grandi per questi
giochi.”
Dasha fece la linguaccia.
“Davvero troppo grandi”, commentò Tatiana. “Ma la nostra mammina non sa che
tu hai solo due anni.”
Dasha rimase con la lingua fuori. Tatiana allungò la mano e gliel’afferrò. Al grido
stridulo della sorella la lasciò andare.
“Cosa vi ho detto! “ urlò la madre.
“Aspetta di incontrarlo. Sono certa che non hai mai visto nessuno così bello”,
sussurrò Dasha.
“Vuoi dire più bello di quel Sergeij per cui mi hai dato il tormento? Non dicevi che
era bellissimo?”
“Smettila”, sibilò Dasha, dandole una pacca sulla gamba.
“Certo. E mi pare che tu me l’abbia detto solo una settimana fa, giusto?”
“Tu non puoi capire, perché sei ancora una bambina.” E le diede un’altra pacca.
La madre strillò e le ragazze si calmarono.
In quel momento entrò il padre, Georgij Vasilevic Metanov, un uomo piccolo sulla
quarantina con una folta chioma di capelli neri e ricciuti che cominciavano a mostrare
qualche filo bianco. Dasha aveva ereditato i suoi bei riccioli. Passando accanto al
letto guardò con aria assente Tatiana, che teneva ancora le gambe sotto le coperte.
“Tania, è mezzogiorno. Alzati, o saranno guai. Voglio vederti vestita tra due minuti.”
“Detto... fatto!” rispose lei, e saltò sul letto per mostrare alla famiglia che
indossava ancora la camicia e la gonna del giorno prima. Dasha e la mamma scossero
la testa sforzandosi di trattenere un sorriso.
Il padre si voltò a guardare in direzione della finestra. “Cosa dobbiamo fare con lei,
Irina?”
Niente, pensò Tatiana, niente finché papà continua a guardare dall’altra parte.
“Devo proprio sposarmi”, disse Dasha, sempre seduta sul letto. “Così potrò
finalmente vestirmi in una stanza tutta mia.”
“Stai scherzando”, intervenne la sorella. “Tu starai qui con tuo marito. Io, tu, lui,
tutti in un letto, con Pasha ai nostri piedi.
Non è romantico?”
“Non sposarti, Dashenka”, disse la madre con aria assente, “stavolta Tania ha
ragione. Non c’è spazio per tuo marito.” Senza parlare il padre accese la radio.
In quella stanza lunga e stretta, oltre al letto di Tatiana e Dasha, c’erano un divano
dove dormivano i genitori e la brandina metallica destinata a Pasha, il fratello
gemello di Tatiana. Visto che era sistemato ai piedi del letto delle sorelle, Pasha
diceva sempre di essere il loro cagnolino. I nonni, Babushka e Deda, vivevano nella
stanza adiacente, cui si accedeva per mezzo di un breve corridoio. Quando tornava
tardi Dasha dormiva sul divanetto nel corridoio, per non disturbare i genitori ed
evitare una punizione. Quel divanetto, poco più lungo di un metro e mezzo, sarebbe
stato più adatto alla statura di Tatiana. Ma lei non aveva bisogno di dormire nel
corridoio perché, a differenza della sorella, rincasava sempre presto.
“Dov’è Pasha?” chiese Tatiana.
“Sta finendo la colazione”, rispose la mamma. Non riusciva a star ferma. Mentre
Georgij Vasilevic stava seduto sul vecchio divano, immobile, lei si affaccendava in
giro. Raccoglieva pacchetti di sigarette vuoti, raddrizzava i libri sugli scaffali,
spolverava il tavolino. Tatiana era in piedi sul letto. Dasha seduta.
I Metanov erano fortunati: potevano usufruire di due stanze e di una parte privata
del corridoio. Sei anni prima avevano messo una porta per dividerla dalla zona
comune. Era quasi come avere un appartamento tutto per loro. Gli Igienico
dormivano in sei in una grande stanza alla fine del corridoio. Quella sì che era
sfortuna.
La luce del sole filtrava attraverso le tende bianche.
Tatiana sapeva che quell’istante non sarebbe durato a lungo, che solo per una
piccola frazione di tempo il giorno avrebbe offerto tutto il ventaglio di possibilità. In
un momento sarebbe tutto finito. E in un momento tutto finì. Eppure, quel sole che
inondava la stanza, il rumore distante degli autobus attraverso la finestra aperta, il
vento leggero...
Era quello il momento della domenica che le piaceva di più.
Pasha entrò seguito dai nonni. Era suo fratello gemello, ma non somigliava affatto
a Tatiana. Era un ragazzo robusto, con i capelli neri: la copia in piccolo del padre.
Salutò la sorella con un breve cenno del capo: “Bei capelli”.
Lei gli mostrò la lingua. Non si era ancora pettinata.
Pasha si sedette sulla brandina e Babushka, la nonna, gli si accomodò accanto.
Essendo la più alta dei Metanov, la famiglia faceva riferimento a lei per qualunque
problema a eccezione delle questioni morali, per le quali Deda, il nonno, era il più
autorevole.
Imponente e coi capelli argentati, Babushka era una donna quadrata. Deda era
umile, esile e gentile. Si sedette sul divano accanto al figlio. “È una cosa grossa”,
mormorò.
Georgij Vasilevic annuì preoccupato.
La madre continuò a pulire febbrilmente.
Tatiana guardò Babushka che accarezzava la schiena di Pasha. Strisciò fino al
bordo del letto e tirò il fratello per un braccio. “Pasha, dopo andiamo al parco
Tauride?” sussurrò.
“Questa volta la guerra la vinco io.”
“Figurati”, rispose lui. “Non mi batterai mai.”
La radio gracchiò. Erano le dodici e trenta del 22 giugno 1941.
“Tania, sta’ zitta e siediti”, le ordinò il padre. “Siediti, Irina. Sta per cominciare.”
Parlava il compagno Vjaceslav Molotov, ministro degli esteri di Stalin:
“Uomini e donne, cittadini dell’Unione Sovietica, il governo sovietico e il suo
capo, il compagno Stalin, mi hanno incaricato di dare il seguente comunicato. Alle
quattro di questa mattina, senza una dichiarazione di guerra, e senza alcuna apparente
motivazione, le truppe tedesche hanno attaccato il Paese in vari punti delle nostre
frontiere e bombardato dal cielo Sitomir, Kiev, Sebastopoli, Kaunas e altre città.
L’attacco è stato sferrato nonostante il patto di non aggressione stipulato tra Unione
Sovietica e Germania, un patto che abbiamo sempre rispettato scrupolosamente.
Siamo stati attaccati nonostante il governo tedesco non abbia mai lamentato
l’inadempienza degli obblighi da parte della Russia...
Il Paese vi chiama, uomini e donne, cittadini dell’Unione Sovietica, a stringervi
intorno al glorioso partito bolscevico, intorno al governo sovietico e al nostro grande
capo, il compagno Stalin. La causa è giusta. Il nemico sarà annientato. La vittoria
sarà nostra”.
Quando la radio tacque la famiglia rimase seduta in un silenzio attonito.
“Oh, mio Dio”, esclamò infine il padre lanciando un’occhiata a Pasha.
“Dobbiamo immediatamente andare a ritirare i soldi dalla banca”, disse la mamma.
“Non possiamo sopportare un’altra evacuazione”, fu il commento di nonna Anna.
“Stavolta non riusciremo a sopravvivere. Forse è meglio restare in città.”
“Magari otterrò un altro posto come insegnante per gli evacuati. Ho quasi
sessantaquattro anni. È tempo di morire, non di spostarsi”, aggiunse il nonno.
“Le truppe di stanza a Leningrado non partiranno per la guerra, vero? Sarà la
guerra a venire qui”, chiese Dasha.
Pasha reagì con entusiasmo. “La guerra! Tania, hai sentito? Ho intenzione di
arruolarmi. Andrò a combattere per la Santa Madre Russia.”
Prima che Tatiana potesse esprimere la sua eccitazione il padre balzò in piedi.
“Cosa pensi? Che prendano uno come te?”
“Ma, papà”, disse Pasha con un sorriso, “in guerra c’è sempre bisogno di uomini in
gamba.”
“Di uomini, non di bambini”, sbraitò suo padre inginocchiandosi sul pavimento per
guardare sotto il letto delle figlie.
“Non è possibile che sia scoppiata la guerra”, rifletté Tatiana.
“Il compagno Stalin non ha firmato un trattato di pace?” La madre versò il tè.
“Invece è così, Tania, è così.” Tatiana cercò di tenere a freno l’eccitazione.
“Dovremo... essere evacuati?”
Il padre tirò fuori da sotto il letto una vecchia valigia malconcia.
“Così presto?” domandò Tatiana.
Aveva sentito parlare dell’evacuazione dai nonni che, durante la rivoluzione del
1917, erano andati a vivere a ovest degli Urali in un villaggio di cui non ricordava
mai il nome. Avevano aspettato il treno con tutte le loro cose, si erano accalcati
dentro il vagone e poi avevano attraversato il Volga a bordo di una chiatta...
Il cambiamento la eccitava. L’ignoto la attraeva. Una volta, quando aveva otto
anni, era stata a Mosca. Ma non contava. Mosca non era esotica. Non era l’Africa o
l’America. Non era nemmeno gli Urali. Era solo Mosca. A parte la Piazza Rossa, non
c’era niente di bello.
Era andata in gita con la famiglia a Carskoe Selo e Peterhof.
I bolscevichi avevano trasformato le residenze estive degli zar in sontuosi musei
circondati da giardini e parchi. Mentre vagava nei saloni del palazzo Grande di
Peterhof, camminando lentamente sul freddo marmo venato, non riusciva a credere
che un tempo qualcuno avesse vissuto in quel posto.
Lei invece doveva tornare con la famiglia a Leningrado, nelle due stanze nel
Quinto Soviet, e, prima di entrare in camera sua, doveva passare davanti alla porta
aperta della famiglia Igienico che viveva a fianco del corridoio.
Quando aveva tre anni erano andati in vacanza in quella Crimea che quella mattina
era stata attaccata dai tedeschi. Ricordava ancora che durante il viaggio aveva
mangiato una patata cruda per la prima e ultima volta. Aveva visto dei girini in un
laghetto e dormito in tenda, per terra, con una coperta addosso.
Ricordava vagamente l’odore dell’acqua salata. Nel Mar Nero, in un gelido giorno
di aprile, aveva sentito per la prima volta una medusa fluttuare sotto il suo corpo
nudo, facendola tremare di terrore e piacere.
Il pensiero dell’evacuazione la eccitò talmente che le si serrò lo stomaco. Tatiana
era nata nel 1924, l’anno della morte di Lenin, dopo la Rivoluzione, dopo la fame,
dopo la Guerra Civile.
Era nata dopo il peggio, ma anche prima di qualcosa di buono.
Era nata durante.
Deda alzò gli occhi neri verso di lei, come per soppesare le sue emozioni. “A cosa
stai pensando?”
“A niente.” Tatiana cercò di mantenere la calma.
“Cosa ti frulla nella testolina? Siamo in guerra, lo capisci?”
“Capisco.”
“Sappi allora che la vita non sarà più come prima. Ascolta le mie parole: d’ora in
poi tutto sarà diverso da come lo avevi immaginato.”
“Sì! Rispediremo i tedeschi all’inferno da dove sono venuti. A calci nel sedere”,
esclamò Pasha sorridendo alla sorella.
I genitori tacevano.
“Va bene. E adesso?” disse alla fine il padre.
Babushka andò a sedersi sul divano accanto a Deda. Posò la mano su quella di lui e
annuì con aria saggia. Anche il nonno sapeva qualcosa, ma, qualunque cosa fosse,
non avrebbe potuto placare la frenesia di Tatiana. Pazienza, pensava questa nel
frattempo.
Non capiscono. Non sono giovani.
La madre ruppe il silenzio. “Cosa stai facendo, Georgij Vasilevic?”
“Troppi figli, Irina. Troppi figli di cui preoccuparsi”, le rispose con aria triste
mentre armeggiava con la valigia di Pasha.
“Davvero, papà?” domandò Tatiana. “Di quale dei tuoi figli non vorresti
preoccuparti?”
Senza rispondere, lui andò verso l’armadio che tutta la famiglia condivideva.
Cominciò a tirare fuori gli abiti di Pasha dai cassetti e a gettarli alla rinfusa nella
valigia.
“Lo mando via, Irina. Lo mando al campo di Tolmacëvo. Doveva andarci
comunque la settimana prossima con Volodja Igienico... partiranno con una settimana
di anticipo. Nina ne sarà felice. Vedrai, andrà tutto bene.”
La mamma scosse la testa. “A Tolmacëvo? Pensi che lì sarà al sicuro?”
“Assolutamente.”
“Assolutamente no”, intervenne Pasha. “È scoppiata la guerra! Non voglio
allontanarmi. Voglio arruolarmi.”
Buon per te, fratellino, pensò Tatiana. Il padre cominciò ad andare avanti e indietro
lanciando sguardi inquieti al figlio. Lo afferrò per le spalle e lo scosse con vigore.
“Cosa stai dicendo? Sei pazzo? Arruolarti?”
Lui cercò inutilmente di divincolarsi. “Papà, lasciami andare.”
“Pavel, tu sei mio figlio e devi ascoltarmi. Per prima cosa te ne andrai da
Leningrado. Poi parleremo della tua intenzione di arruolarti. Adesso dobbiamo
prendere il treno.”
La fisicità di quella scena era imbarazzante, in una stanza così piccola e con tutte
quelle persone che guardavano. Tatiana avrebbe voluto voltarsi da un’altra parte, ma
non sapeva dove guardare. Abbassò gli occhi, poi li chiuse. Immaginò di essere
sdraiata in mezzo a un campo, in estate, a mangiare trifoglio, completamente sola.
Come potevano le cose cambiare in pochi secondi? Aprì gli occhi e batté le
palpebre. Un secondo. Le batté di nuovo. Un altro secondo.
Qualche secondo prima dormiva.
Qualche secondo prima Molotov parlava.
Qualche secondo prima rideva.
Qualche secondo prima suo padre parlava.
E ora Pasha partiva.
I nonni erano chiusi in un silenzio diplomatico, come sempre.
Deda non perdeva mai l’occasione di stare zitto. Babushka era l’opposto, ma
evidentemente stavolta aveva deciso di seguire l’esempio del marito che le pizzicava
la coscia ogni volta che tentava di aprire bocca.
Dasha, che non temeva suo padre né era scoraggiata dalla lontana prospettiva della
guerra, si alzò e disse: “Papà, è una pazzia. Perché lo mandi via? I tedeschi non sono
vicini a Leningrado.
Hai sentito il compagno Molotov. Sono in Crimea. A migliaia di chilometri da
qui”.
“Taci, Dashenka. Tu non li conosci. Non sai di cosa sono capaci.”
“Non sono qui, papà”, ripeté Dasha con la sua voce grave che non ammetteva
repliche. Tatiana non era capace di parlare in maniera altrettanto convincente. La sua
voce sembrava un’eco delicata, come se qualche ormone femminile non avesse
ancora trovato la sua strada. E in un certo senso era vero: aveva il ciclo solo da un
anno, e poi... più che mensile era trimestrale.
Le era venuto in inverno, non aveva gradito la stagione e se ne era andato per
tornare in autunno.
Da allora Tatiana l’aveva rivisto due volte. Forse, se fosse venuto più spesso, lei
avrebbe avuto una voce importante come quella della sorella. Il ciclo di Dasha era
preciso come un orologio.
“Non ho intenzione di discutere anche con te su questo argomento!”, esclamò il
padre. “Tuo fratello non resterà a Leningrado. Pasha, vestiti. Mettiti un paio di
pantaloni e una bella camicia.”
“Ti prego.”
“Ho detto di vestirti! Non c’è tempo da perdere. Sono sicuro che fra un’ora quei
campeggi per ragazzi saranno tutti pieni e non potrò più farti entrare.”
A quelle parole Pasha cominciò a muoversi al rallentatore.
Impiegò una buona decina di minuti per trovare l’unica camicia decente che
possedeva. Mentre si cambiava, tutti si voltarono dall’altra parte. Tatiana chiuse di
nuovo gli occhi, in cerca del suo prato, del buon odore estivo di ciliegi bianchi e
ortiche.
Aveva voglia di mirtilli. Aveva fame. Aprì gli occhi e si guardò intorno. “Non
voglio andare”, piagnucolò Pasha.
“Sarà solo per un breve periodo, figliolo”, gli disse suo padre.
“Per precauzione. Al campeggio sarai al sicuro, nessuno ti farà del male. Forse ci
resterai per un mese, finché non vedremo come va la guerra. Poi tornerai e, se
dovremo andarcene, porteremo via te e le tue sorelle.”
Sì! Era questo che Tatiana voleva sentire.
“Georgij...” Deda parlò con dolcezza.
“Sì, papà?” gli rispose lui con rispetto. Nessuno voleva bene a Deda quanto il
figlio, nemmeno Tatiana.
“Non puoi impedire al ragazzo di arruolarsi.”
“Sì che posso: ha solo diciassette anni.”
Il nonno scosse la grande testa grigia. “Esatto: diciassette. Lo prenderanno.”
La paura oscurò il viso del padre. “Non lo prenderanno”, mormorò con voce roca.
“Non so nemmeno di cosa tu stia parlando.” Non riusciva a dire ciò che pensava
veramente: tacete tutti quanti e fatemi salvare mio figlio nel solo modo che conosco.
Deda appoggiò la schiena ai cuscini del divano.
Dispiaciuta per suo padre e desiderosa di rendersi utile, Tatiana azzardò: “Non
siamo ancora...”
Sua madre la interruppe. “Prendi un maglione, tesoro”, disse rivolta al figlio.
“Non mi serve un maglione, mamma. Siamo in piena estate.”
“Due settimane fa ha gelato.”
“Ma adesso fa caldo. Non mi serve.”
“Ascolta tua madre, Pavel”, intervenne il padre. “Farà freddo, di notte, a
Tolmacëvo. Prendi il maglione.” Il ragazzo sospirò e mise il maglione nella valigia.
Il padre la chiuse, chiuse anche il lucchetto. “Ascoltate tutti. Questo è il mio
piano...”
“Quale piano?” disse Tatiana, leggermente delusa. “Spero che comprenda anche il
cibo. Perché...”
“Lo so perché”, tagliò corto suo padre. “Ora taci e ascolta. Riguarda anche te.”
Elencò le cose che riteneva necessario fare.
Tatiana si lasciò cadere sul letto. Non voleva sentire altro, a meno che non si
trattasse dell’evacuazione.
Pasha andava in campeggio ogni estate a Tolmacëvo, Luga o Gatcina. Preferiva
Luga perché c’era un fiume in cui si nuotava meglio. Anche a Tatiana piaceva perché
poteva andare a trovarlo spesso. Il campeggio era a soli cinque chilometri dalla loro
dacia estiva. Tolmacëvo invece distava venti chilometri da Luga; i sorveglianti erano
severi e pretendevano che i ragazzi si svegliassero all’alba. Pasha diceva che gli
sembrava di essere nell’esercito.
Per lui sarà quasi come arruolarsi, pensò Tatiana, senza ascoltare suo padre che
parlava.
Dasha le diede un pizzicotto alla gamba. “Ahi!” gridò lei con voce volutamente
alta, sperando che la sorella sarebbe stata punita. Nessuno disse niente. Non la
degnarono neppure di uno sguardo. Tutti gli occhi erano puntati su Pasha che stava in
piedi in mezzo alla stanza, esile e impacciato nei suoi pantaloni marroni e la camicia
beige con il colletto e le maniche logore, nel fiore dell’adolescenza. Tutti lo
adoravano, e lui lo sapeva.
Era il figlio preferito, il nipote preferito, il fratello preferito.
Era l’unico maschio.
Tatiana si alzò dal letto, gli andò accanto e lo abbracciò. “Su, coraggio. Dopotutto
sei fortunato. Stai andando in campeggio. Pensa a me che non vado da nessuna
parte.”
Lui la respinse, non perché si sentisse a disagio con la sorella, ma perché non
pensava affatto di essere fortunato. Desiderava essere un soldato più di ogni altra
cosa. Non voleva andare in uno stupido campeggio. “Prima devi battere me alla
guerra. Dopo potrai arruolarti e combattere contro i tedeschi.”
“Taci, Tania”, le intimò Pasha.
“Taci”, fece eco suo padre.
“Posso fare anch’io la mia valigia?” chiese Tatiana. “Anch’io voglio andare in
campeggio.”
“Sei pronto, Pasha? Andiamo”, aggiunse Georgij Vasilevic senza neppure
risponderle. Non c’erano campeggi per le ragazze.
Ma Tatiana non si arrese, per niente scoraggiata dalla ritrosia del fratello. “Vuoi
sentire una barzelletta, fratellino?”
“Non mi interessano le tue stupide barzellette.”
“Questa ti piacerà.”
“Ho i miei dubbi.”
“Non è il momento delle barzellette”, la redarguì suo padre.
“Georgij, lasciala parlare”, intervenne Deda.
Dopo averlo ringraziato con un cenno del capo, Tatiana cominciò: “Un soldato
viene condotto all’esecuzione. ‘Che tempaccio, eh?’ dice alla scorta. ‘Senti chi parla’,
rispondono. ‘Siamo noi quelli che devono tornare indietro.’”
Nessuno si mosse. Nessuno sorrise.
Pasha le diede un pizzicotto. “Carina”, sussurrò.
Lei sospirò. Forse un giorno avrebbero apprezzato il suo spirito.


Nessun commento: